Wikkelhouse: la casa prefabbricata di cartone

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Dovremo rivedere la storia dei tre porcellini. Perché ora c’è una casa di carta fatta per durare. Una casa di cartone che viene dai Paesi Bassi dove ha sede Fiction Factory, l’azienda che l’ha progettata e realizzata. Non il solito studio di design. Nasce infatti come compagnia che realizza scenografie teatrali (e si vede dalle strutture realizzate per questo club ad Amsterdam) per sviluppare poi una capacità a realizzare architetture su piccola scala. Da questa vocazione nasce la Wikkelhouse, una casa prefabbricata realizzata appunto in cartone e capace di stare in piedi senza fondamenta. Ma il fatto forse più straordinario (che farebbe sicuramente piacere al più pigro dei porcellini della fiaba) è che questa casa prefabbricata può essere realizzata in un solo giorno.

La ricerca per questo progetto è durata quattro anni e si è concentrata soprattutto sulla realizzazione del materiale di cui è composta la struttura. Sono 24 gli strati di cartone ad alta qualità incollati e arrotolati tra loro che danno la forma alla Wikkelhouse. Come per ogni progetto contemporaneo che si rispetti è stata data grande attenzione ai requisiti di sostenibilità: tutta la casa è interamente riciclabile. Ma dalla Fiction Factory assicurano almeno 50 anni di vita per la loro struttura studiata per svilupparsi in lunghezza. Tutto si basa sui moduli che possono essere personalizzati con finestre e predisposti per stufe, bagni e cucine. La brutta notizia è che al momento e per tutto il 2018, viene consegnata solo in Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Germania, Francia, Regno Unito e Scandinavia.

Parola d’ordine: ventilare!

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Abbiamo sostituito gli infissi, sono i migliori. Abbiamo isolato le pareti, ogni centimetro è protetto. E poi, appena arriva l’autunno, una mattina apri gli occhi e puntuale sul soffitto c’è di nuovo lei: la muffa!

Ma siamo sicuri di aver fatto tutto il possibile?

Quello delle muffe che crescono sulle pareti delle nostre abitazioni non è un problema da sottovalutare: non lo è non tanto da un punto di vista estetico -che pure è importante- ma soprattutto da un punto di vista sanitario. Quello che tutti chiamiamo muffa è a tutti gli effetti una autentica colonia di funghi che se non debellata potrebbe attaccare le nostre vie respiratorie, soprattutto quando dovesse proliferare in luoghi destinati alla permanenza delle persone come le camere da letto. E sono proprio le camere da letto le stanze più a rischio di insorgenza delle muffe.

Ma cosa succede davvero? Perché anche abitazioni recenti presentano questo problema? Anzi, a volte sembra proprio che questo problema attanagli le case di ultima generazione, come a beffarci di tutti i soldi che abbiamo speso per l’efficienza energetica. Il fatto è che spesso si tende a considerare un solo elemento del comfort delle abitazioni, cioè il calore, tralasciando invece un altro fattore ad esso però strettamente legato: l’umidità dell’aria.

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L’umidità contenuta nell’aria è ineliminabile: essa è il risultato della nostra stessa presenza in casa e delle nostre attività. Quando questa aria umida trova una superficie sufficientemente fredda condensa: come quando da bambini soffiavamo il nostro alito caldo sullo specchio per disegnarvi con il dito. Ma nell’aria e nelle polveri che inevitabilmente entrano nella nostra casa vivono anche dei microorganismi che in quel sottile strato di condensa trovano l’ambiente ideale per proliferare: è così che si formano le muffe.

Ma perché ho muffa nel mio nuovo appartamento?

Probabilmente ciò è dovuto ad un ponte termico: un punto cioè in cui la struttura, gli impianti o qualsiasi altro elemento costruttivo hanno compromesso la perfetta progettazione e realizzazione dell’isolamento, creando un punto debole, come un foro in una diga, nel quale però si concentra la condensa che non trova superfici altrove, moltiplicando gli effetti negativi.

La soluzione quindi è la ventilazione cioè tenere sotto controllo l’umidità dell’aria, così come facciamo con il calore, attraverso metodi attivi o passivi.

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Fra i metodi attivi vi sono gli impianti di ventilazione meccanizzata. Si tratta di impianti che fanno circolare costantemente aria tra interno ed esterno regolando in questo modo il tasso di umidità. Ma il calore? Un elemento fondamentale di questo passaggio è lo scambiatore di calore, un dispositivo cioè che mentre espelle l’aria umida all’esterno ne trattiene il calore: un metodo intelligente per non buttare il bambino con l’acqua sporca.

Impianti di questo genere richiedono ovviamente di essere progettati e realizzati in fase di costruzione o di profonda ristrutturazione. Esistono però oggi anche dispositivi passivi per il ricambio dell’aria: piccole apparecchiature che possono essere installate con opere murarie relativamente invasive e che consentono la ventilazione sempre con scambio di calore. Sul mercato sono disponibili inoltre infissi che montano a bordo sistemi di scambio dell’aria ad infisso serrato o che semplicemente permettono una chiusura intermedia sempre mantenendo al massimo la sicurezza antieffrazione.

E questo ci porta al metodo più semplice di ventilazione. Negli anni siamo stati messi così in allarme sulle perdite di calore da dimenticarci uno dei gesti più semplici e salutari: aprire le finestre. In qualsiasi stagione, aprire anche solo per pochi minuti le finestre della nostra casa non ha quasi nessun effetto sulla temperatura -perché le superfici interne sono già belle riscaldate- ma ha un enorme effetto sull’equilibrio igrometrico, cioè dell’umidità. Anche chi lascia l’appartamento la mattina presto per farvi ritorno la sera, può trovare quei pochi minuti per girare tutte le stanze aprendo le finestre, per poi passare a richiuderle: così facendo al ritorno troverà la casa in perfette condizioni, con un riscaldamento già avviato ed un’aria al giusto livello di umidità.

Semplice, economico, efficace.

Il calore invisibile

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Lentamente ma inesorabilmente stanno diventando lo standard soprattutto nelle nuove costruzioni; ma anche nelle ristrutturazioni più profonde progettisti ed installatori ne consigliano l’uso: stiamo parlando dei pannelli radianti, il cosiddetto “riscaldamento a pavimento”.

E’ entrato nelle nostre case, ma ne conosciamo davvero funzionamento e benefici?

Riscaldare gli ambienti non da singoli punti ma attraverso tutta la superficie del pavimento è un’idea vincente ed antichissima: già i romani per i loro edifici termali avevano inventato un sistema di pavimenti cavi che venivano riscaldati da una “caldaia” centralizzata, regalando agli ospiti autentici momenti di relax in un ambiente dal clima controllato e soprattutto omogeneo. Ma è nel ‘900 che ovviamente questo principio viene industrializzato e portato nelle case di abitazione: una strada in salita, soprattutto nel nostro paese sempre diffidente dalle “novità”, ma inevitabilmente vincente, grazie soprattutto ai vantaggi garantiti dal sistema.

E quali sarebbero questi vantaggi?

Il primo e più importante è legato alla stratificazione del calore negli ambienti. In un sistema tradizionale i radiatori attirano aria fredda dal basso, la riscaldano e la mandano verso l’alto; questo significa che la parte di aria più calda, e quindi più preziosa, è tutta sopra le nostre teste ed i soldi della nostra bolletta vanno a scaldare il lampadario! In un sistema a pannelli radianti il calore è generato sotto i nostri piedi e nella sua ascesa attraversa tutto il nostro corpo, lasciandoci assorbire tutto il tepore per cui abbiamo profumatamente pagato!

A questi movimenti dell’aria è legato un secondo aspetto. Tutti noi avremo notato che nelle abitazioni riscaldate in modo tradizionale, dopo un po’, volenti o nolenti, le pareti dietro al radiatore sono segnate da sfumature grigiastre che salgono verso l’alto. Sono il segno delle polveri che vengono risucchiate dal moto d’aria creato dal radiatore e rilanciate in alto. Batteriologicamente parlando: una bomba ad orologeria. Il riscaldamento a pavimento invece non crea moti convettivi, lasciano le polveri a terra, lontane dall’apparato respiratorio nostro e soprattutto dei nostri figli.

I moti convettivi non vengono indotti dal sistema a pannelli radianti non solo per forma -visto che tutta la superficie del pavimento è riscaldante- ma soprattutto per il livello di temperatura. Per innescare quel moto convettivo che riscalda tutta l’aria della stanza un radiatore ha bisogno che l’acqua al suo interno abbia una temperatura di quasi 70°: in alcune case i radiatori non si riescono quasi a toccare! Il pannello radiante lavora portando acqua calda ad una superficie molto più grande della somma di tutti i radiatori, ma con una temperatura di mandata quasi dimezzata. Questo significa un lavoro incredibilmente ridotto per la caldaia e quindi una bolletta più leggera.

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Infine, ma non certo per importanza, il pannello radiante ci rende liberi di arredare la nostra casa: niente vincoli, niente pesanti ed ingombranti caloriferi ad occupare le nostre pareti e limitare la nostra voglia di cambiamento.

Quello a pannnelli radianti è quindi un sistema altamente efficiente, che dà grandi risultati in termini di comfort e di arredo, adatto anche alle ristrutturazioni di edifici storici grazie alla grande varietà di soluzioni tecniche che il mercato offre. Il riscaldamento a pavimento è solo il primo gradino per accedere a questo mondo: basti pensare che esistono anche le pareti radianti, che possono essere realizzate quando non sia possibile o non sia sufficiente il riscaldamento del pavimento; oppure i sistemi in fibra di carbonio che scaldano senza acqua ma con l’elettricità i pavimenti o le pareti grazie ad un sottile film nascosto sotto la superficie.

Un mondo che rappresenta quindi il presente ed il futuro del comfort delle nostre case e che ci farà pensare con un po’ di nostalgia, ma senza rimpianti, ai bollenti radiatori della nonna.

Al fuoco!

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Il fuoco è uno degli elementi che più connota l’idea di casa: già solo con la parola focolare abbiamo evocato una quantità di concetti come l’abitare, la famiglia, la socializzazione, l’alimentazione. E’ un elemento potente non c’è che dire.

Ma oggi le nostre case di fuochi non ne hanno più.

Un tempo il fuoco era indispensabile nelle case: era l’unica fonte di energia con la quale scaldare gli ambienti, l’acqua sanitaria e con la quale cucinare. Con il tempo il fuoco del camino ha smesso di essere un elemento così determinante per divenire pian piano un mero decoro: certo ancora oggi per alcuni continua ad essere una fonte di energia, ma nella maggior parte dei casi le nostre nuove abitazioni sono prive di questo elemento una volta centrale.

Perché?

Il camino non ha più la sua centralità perché oltre ad aver perso la sua funzione porta con sé una serie di malus di carattere estetico che le famiglie contemporanee non sono più disposte ad accettare. Il camino rilascerà una parte di fumi all’interno degli ambienti, fumi che inevitabilmente andranno ad annerire le pareti; la camera di fuoco, per quanto stagna, spargerà cenere sul pavimento circostante; la legna che dovremmo tenere di scorta nelle immediate vicinanze sporcherà il pavimento e costituirà un potenziale rifugio per tutta una serie di piccoli insetti.

Abbiamo deciso che non vogliamo il camino ma vogliamo ancora il fuoco: è possibile eliminare i fastidi dell’uno senza rinunciare all’altro?

Oggi la tecnologia ci viene incontro con il camino a bioetanolo.

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Si tratta di un nome sotto il quale confluiscono una grande serie di oggetti anche molto diversi fra loro, tutti accomunati dal tipo di combustibile. Il bioetanolo è un combustibile derivato dalla lavorazione degli scarti agricoli, non produce fumi né sostanze tossiche per l’organismo. Queste caratteristiche lo hanno reso il prodotto perfetto per portare di nuovo il calore del fuoco all’interno delle nostre case.

I biocamini -cioè i camini a bioetanolo- non hanno bisogno di canne fumarie e possono essere installati in qualsiasi momento ed in qualsiasi ambiente della casa; la versatilità del prodotto ha alimentato la fantasia dei designer che hanno messo sul mercato una grande quantità di oggetti dalle forme più strane e diverse, per tutte le tasche. Non solo: la semplicità di uso dei componenti per la combustione del bioetanolo consente a progettisti ed anche ai singoli clienti di progettare da sé il proprio camino, adattandolo a situazioni esistenti o creando ex-novo: nuove opportunità svincolate dalle necessità tecniche di avere canne fumarie o prese d’aria.

Una soluzione perfetta quindi, assolutamente adatta per la grande residenza come per il piccolo appartamento. Alcuni modelli possono addirittura essere trasportati, mentre altri sono idonei all’esterno, dando una dimensione di socialità ad un angolo di giardino come ad un grazioso terrazzino in città.

Va detto, come precauzione generale, che pur essendo il bioetanolo totalmente atossico ed inodore, il processo di combustione produrrà una quantità di anidride carbonica e consumerà parte dell’ossigeno presente nell’aria. E’ quindi buona norma garantire alla stanza il giusto ricambio d’aria, soprattutto per utilizzi prolungati.

Il fuoco torna a casa: pratico, semplice, pulito.

L’internet delle cose

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Smartphone, smartwatch, smartcity: da quando la nuova generazione di telefoni ci ha connesso con il mondo istante per istante tutto è diventato smart!

E’ una definizione commerciale, certo, ma alla base c’è una nuovo modo di intendere il nostro rapporto con la tecnologia: non ci basta più che i nostri strumenti siano performanti, vogliamo anche che siano intelligenti; e per intelligenti intendiamo che abbiano la possibilità di interagire fra loro o addirittura intuire ed anticipare i nostri gesti più abitudinari, senza richiedere il nostro intervento. E’ una rivoluzione alla quale ci siamo abituati nel volgere di pochi anni, ma che ancora stenta ad entrare nelle nostre case: ciò nonostante, quasi senza accorgercene, le nostre abitazioni iniziano ad essere sempre più connesse.

Fino a poco tempo fa si parlava di domotica; giusto il tempo di abituarsi al temine che già stiamo passando alla fase successiva: l’internet delle cose.

La domotica è la gestione intelligente ed automatizzata degli impianti della nostra abitazione, un modo per rendere l’impianto flessibile alle nostre esigenze. Grazie ad un impianto domotico possiamo controllare agevolmente scenari di illuminazione, gestione dei carichi, apertura e chiusura degli oscuramenti; un sistema automatico e centralizzato che associa ciascun evento ad una condizione. Molto comodo, ma è pur sempre un impianto che aspetta il nostro intervento per poter funzionare.

L’internet delle cose va oltre: climatizzazione, illuminazione, perfino gli elettrodomestici sono connessi alla rete e dialogano con noi e con l’ambiente per impostare il loro funzionamento. Il termostato capterà la nostra presenza in casa, prendendo nota delle nostre abitudini e regolando la temperatura delle stanze; l’illuminazione artificiale varierà a seconda della luce naturale che filtra dalle finestre, dell’ora o del numero di persone presenti; il frigo terrà nota dello stato delle scorte e della scadenza dei cibi; il televisore -che sta tornando alla grande ribalta dopo che sembrava aver perso terreno rispetto ai contenuti in rete- capirà con il tempo i nostri gusti e ci proporrà un palinsesto personalizzato per ciascun componente della famiglia; le tapparelle si abbasseranno quando saremo a letto per poi alzarsi al suono della nostra sveglia. Tutti i sistemi comunicheranno ogni azione al nostro smartphone, lasciandoci la libertà di modificare ogni parametro, e di controllare ogni movimento, a casa come fuori. Non va sottovalutato infatti l’aspetto sicurezza: i sistemi infatti potranno reagire al rilevamento di un’intrusione, comunicandocelo ma anche scoraggiando i malintenzionati.

Fantascienza? Non proprio.

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Molti di questi dispositivi sono già da tempo in commercio a prezzi normalissimi e se sfogliamo le app disponibili per i nostri telefoni troveremo facilmente quelle che si interfacciano con i relativi apparecchi. I maggiori produttori di impianti ed elettrodomestici oltre a continuare la produzione di apparecchi stanno investendo grandissime risorse sul software, e chi ha sempre fatto software si sta interessando alla produzione di apparecchi. Un esempio? Le auto connesse e senza conducente di Google: completamente automatiche, sono più sicure di ogni altro veicolo e cercano in rete informazioni sul percorso e sul traffico per ottimizzare il tempo di viaggio.
Niente di più semplice, ma allora cosa manca?

Quello che ancora sembra mancare è una intesa fra i produttori che consenta il “dialogo” anche fra dispositivi di diversa fabbricazione; ogni ditta tende a sviluppare un proprio linguaggio di comunicazione, creando dei sistemi chiusi. Si diffonde sempre più però il concetto di un linguaggio unico ed aperto: una prospettiva vincente che viene proprio dal mondo della telefonia, basti pensare a come i nostri telefoni comunichino tranquillamente fra loro indipendentemente dal produttore.

Ma noi? Siamo pronti a questa ennesima rivoluzione? Riusciremo ancora a pensare alla casa intelligente come al focolare domestico?

Ogni rivoluzione porta con sé grandi interrogativi. Il dubbio più grande è quello del controllo: dove arriverà l’indipendenza delle macchine e quanto saremo in grado di tenerla sotto controllo? In secondo luogo la sicurezza: quando ci saremo completamente affidati ai dispositivi della casa smart, chi ci garantisce che malintenzionati possano usarli contro di noi?

L’incognito ci lascia insieme sospettosi e curiosi: all’indole di ciascuno scegliere la propria strada.

L’energia della nostra casa

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Un caffè caldo ed un bel libro dalle pagine fruscianti sono i migliori compagni di un pomeriggio d’inverno; ma prima di tutto è il calore della nostra casa a scioglierci nel dolce abbraccio di quelle pagine.

E qui viene la parte difficile.

Nel nostro paese il patrimonio edilizio è composto in massima parte da edifici troppo vecchi per poterci garantire livelli di comfort adeguati agli standard del mondo contemporaneo, senza affrontare una spesa energetica spesso proibitiva. Si calcola (fonte: Sole24ore) che quasi la metà degli edifici delle nostre città abbia più di quaranta anni: va da sé che con un parco abitazioni in questo stato difficilmente si possa pensare di ottenere prestazioni performanti da un punto di vista termico.

E’ un problema che crea disagi a molti livelli.

Innanzi tutto è un danno per le nostre tasche: l’energia è uno dei beni più costosi del bilancio familiare ed un edificio in cattivo stato è decisamente energivoro. Come se versassimo acqua in un secchio bucato, spesso ci ritroviamo a riscaldare ambienti che non riescono a trattenere questo prezioso calore e lo disperdono all’esterno, costringendoci ad aumentare il tempo o l’intensità del riscaldamento.

In secondo luogo si accelera la riduzione delle scorte di energia. Le fonti energetiche che in larga parte usiamo oggi nelle nostre abitazioni non sono infinite: prima o poi si esauriranno ed a quel punto in pochi decenni avremo depauperato il nostro pianeta di risorse che si sono formate in milioni di anni. Se anche questa prospettiva dovesse essere lontana, il declino degli approvvigionamenti peserà comunque sul prezzo dell’energia perché si investiranno somme sempre maggiori per trovarla ed estrarla.

In ultimo, ma non certo per importanza, c’è il problema ambientale: anche se per magia tutte queste risorse fossero infinite, e data la sovrabbondanza il costo fosse irrisorio, perché ricorrere oltre il dovuto ad un prodotto che per essere raffinato, stoccato, distribuito e consumato crea squilibri ambientali che verranno pesantemente pagati dalle generazioni future?

Fortunatamente c’è l’altra faccia della medaglia.

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Ed è la faccia dove grazie ad anni di cultura e di ricerche si è giunti ad una maggiore consapevolezza ambientale e ad una profonda capacità tecnica: da una parte siamo sempre più in grado di ricorrere efficacemente a fonti di energia che non lascino una pesante eredità ai nostri figli, le cosiddette “rinnovabili”; dall’altra abiamo imparato a costruire case che anche di queste energie consumano poco, pochissimo o addirittura nulla. La strada è ancora lunga ma anche grazie ad un impianto di norme che è cresciuto negli anni, oggi si è creata una filiera virtuosa fra produttori, costruttori, progettisti, tutta orientata alla realizzazione di edifici sempre più performanti. Resta da rafforzare l’anello debole di questa catena: il committente che sempre più deve essere messo in condizione, economicamente e culturalmente, di mettere in moto una macchina dalle grandi potenzialità.

Per poi leggersi un bel libro al caldo.