6 splendide idee per valorizzare e dividere gli spazi nell’open space

Spazioso e dal concept contemporaneo, il loft open space regala un senso di piacevolezza dal punto di vista estetico e non manca di funzionalità. Con un’ottimizzazione degli spazi anche in mancanza di separazione netta tra locali e la giusta modalità di valorizzazione degli ambienti, la casa moderna su un unico livello diventa un vero e proprio antro di benessere in cui trascorrere la quotidianità e il tempo libero. La scelta degli arredi e la loro disposizioni ci vengono, anche in questo caso, in soccorso per massimizzare i pregi della conformazione dell’abitazione e fruirne nella maniera più confortevole possibile. Combattere i limiti che un open space pone alla vita domestica, è quindi più semplice del previsto se si adottano le accortezze adeguate, utilizzando un pizzico di ingegno. La creatività unita all’utilità danno infatti alla luce soluzioni d’interior design dal gradevole valore estetico pur rimanendo semplici per natura.

Ecco allora 6 splendide idee con cui progettare, arredare o completare il soggiorno open space dei vostri sogni.

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Cara qualità!

 

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E’ la solita storia: ci innamoriamo delle cose belle ma poi scopriamo che sono troppo costose. Succede quando compriamo un vestito o un device tecnologico; fin qui forse tutto bene, ma quando dobbiamo comprare un’auto? E se dobbiamo acquistare o ristrutturare casa? Il prezzo della qualità potrebbe sembrarci troppo alto, forse ingiustificato, ed indurci a ripiegare su soluzioni più economiche.

Ma cosa c’è dietro al costo della qualità in edilizia?

La risposta non è ovviamente semplice, innanzi tutto perché la casa è un prodotto complesso che coinvolge una grande quantità di soggetti e di opere.

La qualità in edilizia è sicuramente nei materiali.

L’offerta di materiali edili sul mercato contemporaneo è vastissima: si tratta di un settore che per ampiezza, varietà e profondità non ha forse eguali. E’ un ambiente in cui si fa moltissima ricerca per individuare nuove tecnologie o per migliorare quelle esistenti, soprattutto si fa ricerca per abbattere i costi dei prodotti a parità di prestazioni, al fine di avere un vantaggio competitivo sulla concorrenza. Questa ricerca ha costi altissimi per i produttori e necessariamente ricade sul prezzo finale di vendita. Entrare oggi nel salone espositivo di una rivendita di materiale edile significa perdersi in una miriade di prodotti diversissimi, adatti a tutte le tasche. Valutare la qualità di questi prodotti, ancorché ci siano standard industriali a certificarla, non è facile per chi si avvicina a questo mondo per la prima volta: abbiamo bisogno di un venditore preparato che sappia ascoltare ed interpretare le nostre richieste e conosca la storia di ciascun prodotto, al fine di fornire un ventaglio di scelte ragionato e tagliato su misura per le sue esigenze.

La qualità in edilizia è anche nelle imprese esecutrici.

Sappiamo benissimo che gran parte della composizione del prezzo di un prodotto sta nel costo del lavoro, ed avere lavoratori capaci ed attenti significa investire risorse sulla loro formazione e sugli standard con cui svolgono le loro mansioni. In edilizia non ci si improvvisa, la formazione degli operatori richiede tempo e cura, e la competenza e la serietà in tutte le fasi delle lavorazioni è fondamentale ed immediatamente percepibile. Oggi gli obblighi di legge aiutano il committente nel valutare la solidità di una impresa attraverso la produzione di documenti, attestati e certificati: richiederli oltre ad essere un obbligo è anche garanzia di trasparenza ed affidabilità.

La qualità in edilizia è soprattutto nel progetto.

Ingegneri, architetti, tecnici, periti: ma ho proprio bisogno di pagare tutta questa gente per presentare un progetto? La casa, dicevamo, è un prodotto complesso e la complessità richiede competenza, la competenza richiede studio, esperienza ed assunzione di responsabilità: solo l’intervento di una figura professionale ci può garantire la corretta ed efficace gestione di tutti gli operatori che ruotano attorno al cantiere. Solo grazie ad un professionista possiamo tenere sotto controllo le innumerevoli variabili tecniche, burocratiche ed economiche che il progetto ci impone rimanendo concentrati unicamente sulle scelte da fare.

Scegliere i giusti interlocutori è il primo e più difficile passo che possa fare chi si appresta a costruire o ristrutturare la propria casa: è molto probabile che sulle prime saremo impauriti dai costi che questo richiede, ma quando la qualità si sarà trasformata in risparmio energetico, sicurezza, ottimizzazione delle risorse e degli spazi, ripenseremo con soddisfazione a quel piccolo sforzo iniziale.

Il tempo, si sa, è galantuomo.

CIL, CILA, SCIA, PDC…. Aiuto!

 

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Ci abbiamo pensato e ripensato, abbiamo fatto sacrifici e trovato i soldi, abbiamo chiamato un professionista e fatto il progetto, la ditta è contattata e ci ha fatto pure un bel preventivo: perfetto, ora i lavori possono partire!

Un momento… non è così semplice. Abbiamo bisogno di una pratica edilizia.

Niente paura.

E’ vero, la burocrazia nel nostro Paese è davvero enorme e spesso può risultare incomprensibile al cittadino; è vero anche che gli interventi normativi degli ultimi anni hanno deregolato ma non sempre hanno semplificato; ma con il giusto aiuto possiamo anche noi districarci fra i vari tipi di pratica edilizia necessaria per eseguire i lavori di cui ha bisogno la nostra casa.

Affrontare correttamente l’iter burocratico che accompagna ogni modifica dell’edificio non significa solo ottemperare ad un obbligo di legge, vuol dire anche non avere problemi nel caso in cui ci trovassimo ad esempio a vendere la nostra casa: ogni mancato adempimento richiede costi per essere regolarizzato e tali costi andranno indubbiamente ad influenzare negativamente la trattativa con l’aspirante acquirente.

Andiamo quindi per ordine.

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Prima di tutto contattiamo, se non lo abbiamo già fatto, il nostro progettista di fiducia: sarà lui a guidarci in questo percorso ed a predisporre tutta la documentazione nel caso ve ne sia bisogno; altrimenti rechiamoci presso l’ufficio urbanistica del nostro comune: lì avremo dal personale ogni indicazione necessaria sulla giusta procedura, prima fra tutte se i nostri lavori hanno bisogno di una pratica e di un professionista che ci segua nella redazione.

Per orientarci facilmente diremo che i parametri di cui dobbiamo tener conto sono fondamentalmente due: il tipo di intervento (ordinario o straordinario) e l’entità delle modifiche che stiamo apportando all’edificio (semplici interventi interni, interventi strutturali, modifiche di forma o di volume). A seconda delle nostre necessità e dell’obiettivo che vogliamo raggiungere avremo un diverso tipo di pratica edilizia, che porta con sé tempi e costi diversi.

CIL (comunicazione di inizio lavori). E’ richiesta per tutti gli interventi di edilizia libera: ad esempio le opere temporanee rimovibili entro 90 giorni, l’installazione di pannelli termici o fotovoltaici sul tetto o la realizzazione elementi di arredo e la pavimentazione e finitura di spazi esterni. Può essere consegnata senza ricorrere ad un professionista e non richiede oneri se non il versamento dei diritti di segreteria.

CILA (comunicazione di inizio lavori asseverata). Vale per gli interventi di manutenzione straordinaria che non interessino parti strutturali dell’edificio: quindi ad esempio lo spostamento di pareti o di porte interne, e tutte le modifiche, sempre interne, che non alterino la forma o l’uso dell’edificio. E’ chiamata asseverata perché si richiede che sia controfirmata da un professionista che certifichi la rispondenza dei lavori ai termini di legge.

SCIA (segnalazione certificata di inizio attività). E’ sempre necessaria per la manutenzione straordinaria ma in questo caso si consente l’intervento anche su parti strutturali, sempre senza che se ne alterino forma, volume ed uso. Anche in questo caso si richiede l’intervento di un professionista che si assuma la responsabilità della conformità dell’opera; per alcune opere può essere richiesto il pagamento di oneri oltre ai diritti di segreteria.

PERMESSO DI COSTRUIRE. E’ il livello più alto di titolo edilizio e serve a richiedere la possibilità di effettuare tutti gli altri tipi di opere, inclusa ovviamente la nuova edificazione. A seconda del tipo e della mole delle opere ci verrà richiesto il pagamento di oneri. A differenza delle altre pratiche, con le quali è possibile iniziare i lavori immediatamente dopo la consegna della documentazione, il permesso di costruire è appunto un permesso e come tale deve essere vagliato dagli uffici competenti che possono darci un responso in un tempo massimo di novanta giorni.

Facile, no?

 

L’internet delle cose

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Smartphone, smartwatch, smartcity: da quando la nuova generazione di telefoni ci ha connesso con il mondo istante per istante tutto è diventato smart!

E’ una definizione commerciale, certo, ma alla base c’è una nuovo modo di intendere il nostro rapporto con la tecnologia: non ci basta più che i nostri strumenti siano performanti, vogliamo anche che siano intelligenti; e per intelligenti intendiamo che abbiano la possibilità di interagire fra loro o addirittura intuire ed anticipare i nostri gesti più abitudinari, senza richiedere il nostro intervento. E’ una rivoluzione alla quale ci siamo abituati nel volgere di pochi anni, ma che ancora stenta ad entrare nelle nostre case: ciò nonostante, quasi senza accorgercene, le nostre abitazioni iniziano ad essere sempre più connesse.

Fino a poco tempo fa si parlava di domotica; giusto il tempo di abituarsi al temine che già stiamo passando alla fase successiva: l’internet delle cose.

La domotica è la gestione intelligente ed automatizzata degli impianti della nostra abitazione, un modo per rendere l’impianto flessibile alle nostre esigenze. Grazie ad un impianto domotico possiamo controllare agevolmente scenari di illuminazione, gestione dei carichi, apertura e chiusura degli oscuramenti; un sistema automatico e centralizzato che associa ciascun evento ad una condizione. Molto comodo, ma è pur sempre un impianto che aspetta il nostro intervento per poter funzionare.

L’internet delle cose va oltre: climatizzazione, illuminazione, perfino gli elettrodomestici sono connessi alla rete e dialogano con noi e con l’ambiente per impostare il loro funzionamento. Il termostato capterà la nostra presenza in casa, prendendo nota delle nostre abitudini e regolando la temperatura delle stanze; l’illuminazione artificiale varierà a seconda della luce naturale che filtra dalle finestre, dell’ora o del numero di persone presenti; il frigo terrà nota dello stato delle scorte e della scadenza dei cibi; il televisore -che sta tornando alla grande ribalta dopo che sembrava aver perso terreno rispetto ai contenuti in rete- capirà con il tempo i nostri gusti e ci proporrà un palinsesto personalizzato per ciascun componente della famiglia; le tapparelle si abbasseranno quando saremo a letto per poi alzarsi al suono della nostra sveglia. Tutti i sistemi comunicheranno ogni azione al nostro smartphone, lasciandoci la libertà di modificare ogni parametro, e di controllare ogni movimento, a casa come fuori. Non va sottovalutato infatti l’aspetto sicurezza: i sistemi infatti potranno reagire al rilevamento di un’intrusione, comunicandocelo ma anche scoraggiando i malintenzionati.

Fantascienza? Non proprio.

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Molti di questi dispositivi sono già da tempo in commercio a prezzi normalissimi e se sfogliamo le app disponibili per i nostri telefoni troveremo facilmente quelle che si interfacciano con i relativi apparecchi. I maggiori produttori di impianti ed elettrodomestici oltre a continuare la produzione di apparecchi stanno investendo grandissime risorse sul software, e chi ha sempre fatto software si sta interessando alla produzione di apparecchi. Un esempio? Le auto connesse e senza conducente di Google: completamente automatiche, sono più sicure di ogni altro veicolo e cercano in rete informazioni sul percorso e sul traffico per ottimizzare il tempo di viaggio.
Niente di più semplice, ma allora cosa manca?

Quello che ancora sembra mancare è una intesa fra i produttori che consenta il “dialogo” anche fra dispositivi di diversa fabbricazione; ogni ditta tende a sviluppare un proprio linguaggio di comunicazione, creando dei sistemi chiusi. Si diffonde sempre più però il concetto di un linguaggio unico ed aperto: una prospettiva vincente che viene proprio dal mondo della telefonia, basti pensare a come i nostri telefoni comunichino tranquillamente fra loro indipendentemente dal produttore.

Ma noi? Siamo pronti a questa ennesima rivoluzione? Riusciremo ancora a pensare alla casa intelligente come al focolare domestico?

Ogni rivoluzione porta con sé grandi interrogativi. Il dubbio più grande è quello del controllo: dove arriverà l’indipendenza delle macchine e quanto saremo in grado di tenerla sotto controllo? In secondo luogo la sicurezza: quando ci saremo completamente affidati ai dispositivi della casa smart, chi ci garantisce che malintenzionati possano usarli contro di noi?

L’incognito ci lascia insieme sospettosi e curiosi: all’indole di ciascuno scegliere la propria strada.

Una casa senza mattoni

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L’idea che gli edifici siano fatti di mattoni è talmente forte nella nostra cultura che la parola mattone è sinonimo stesso di casa: ad essa associamo i concetti di solidità, stabilità e permanenza. La forza di quest’immagine è indiscussa ed ha prodotto e produce effetti su tutto il nostro modo di intendere la casa. Ad esempio, a ben vedere, questi concetti hanno fatto del mattone un investimento economico a lungo termine nel quale tutti sappiamo di poter fare affidamento, per i nostri risparmi certo, ma prima di tutto sotto l’aspetto psicologico. Anche dopo oltre un secolo di edifici in cemento armato, nel nostro immaginario la casa è un oggetto che viene costruito strato dopo strato, mattone dopo mattone appunto.

Ma non esistono solo le case in mattoni: altre culture ed altri paesi hanno sviluppato tecniche diverse per costruire le proprie case, a seconda dei materiali disponibili, dell’ambiente e del clima o delle condizioni economiche;  oggi grazie alla standardizzazione dei sistemi produttivi possiamo attingere al meglio che queste culture hanno prodotto per innalzare il livello delle prestazioni delle nostre abitazioni.

La costruzione a secco è uno di questi metodi; dopo lunghi anni di diffidenza ed anche di incultura, lentamente sta prendendo piede alle nostre latitudini, grazie ad una generazione di progettisti preparata ed anche ad esigenze concrete di riuso del patrimonio edilizio esistente.

Letteralmente costruire a secco significa erigere un edificio senza usare elementi gettati o incollati in opera come le strutture in cemento armato o i tamponamenti in laterizio, ma ricorrendo a parti prefabbricate ad hoc ed assemblate in cantiere. I materiali dominanti di questo metodo costruttivo sono senza dubbio l’acciaio ed il legno; entrambi uniscono alle caratteristiche di leggerezza e di resistenza la facilità con cui si prestano ad essere preconfezionati ed assemblati.

Quindi costruire a secco significa considerare la casa come un grande LEGO fatto di parti da mettere assieme con facilità, ma cosa vuol dire questo in termini di prestazioni, tempi e costi?

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Innanzi tutto vuol dire realizzare una casa in cui ogni dettaglio è stato ponderato in fase di progetto e verificato durante la prefabbricazione, eliminando al massimo le possibilità di errore sul sito. L’errore umano, si sa, è sempre dietro l’angolo ed evitare scelte estemporanee è sempre un ottimo metodo per la buona riuscita di un cantiere. Anche nel caso in cui però, per qualsiasi motivo, dovessimo tornare sui nostri passi, la reversibilità di una opera realizzata in questo modo è sicuramente maggiore di altre. Un errore o una modifica in un edificio in cemento armato ci costringerebbero a distruggere letteralmente parte di quanto abbiamo appena costruito, nella costruzione a secco ci limiteremmo invece a rimuovere gli elementi che abbiamo posato: e tra smontare e demolire c’è un abisso.

Non abbiamo inoltre tempi morti in cantiere: non è necessario aspettare asciugature o maturazioni del cemento, le squadre possono lavorare con tempi serrati, a vantaggio della durata dei lavori e dei costi ad essa connessi.

Da un punto di vista termoacustico poi un edificio costruito a secco offre meno punti deboli; è più facile cioè risolvere quelli che i progettisti chiamano “ponti”: porzioni delle pareti esterne dove la schermatura al calore o al rumore sono più deboli a causa della struttura. Le dimensioni ridotte delle strutture in acciaio o la natura stessa di quelle in legno ci sollevano dal dover pensare a questo tipo di problema.

Oltre che ad essere quindi un metodo consigliato in generale, la costruzione a secco si impone nei casi di ristrutturazione con sopraelevazione, come spesso succede quando ad esempio si vogliano sfruttare le potenzialità offerte dal cosiddetto Piano casa. La costruzione a secco, sia essa in struttura di acciaio o legno, è di gran lunga più leggera della costruzione tradizionale e diventa quindi l’unico modo per realizzare in sicurezza la nuova volumetria senza gravare sui piani sottostanti.

Infine oltre che al calendario ed al portafoglio la casa a secco fa bene l’ambiente: standardizzare gli elementi ed i processi costruttivi, limitare gli scarti ed il trasporto di materiale è un beneficio immenso in termini di impatto ambientale. Spesso parlando di edifici a basso impatto pensiamo sempre ai consumi di energia in fase di esercizio; gran parte dell’impronta ambientale delle nostre case invece è spesa in fase di costruzione ed anche a questi termini dovremo far sempre maggiore attenzione nel prossimo futuro.